Tue, 13/04/2010 (All day)
La proposta di Romano Prodi di affidare il Partito democratico ai Segretari regionali eletti con primarie è un modo per aggirare un ostacolo che invece non può essere eluso: se l’assetto istituzionale è partitocratico - cioè fondato sul sistema proporzionale, sui finanziamenti pubblici a partiti chiusi e antidemocratici, sulle commistioni tra potere politico, potere economico e finanziario (dalle banche alle società miste) – non c’è federalismo che tenga: ogni decentramento si traduce in una moltiplicazione di centri di spesa, in una riproduzione locale dei mali della non-democrazia. Infatti, i costi esplodono di pari passo con la crescita del potere: basta seguire la parabola degli stipendi dei consiglieri regionali, le dimensioni dei Consigli provinciali, le nomine politiche nelle aziende municipalizzate o nelle asl, la clericalizzazione degli statuti regionali e dei finanziamenti comunali al clero, insieme a quant’altro lo spettacolo (bipartisan) dei carrozzoni locali offre sempre più.
In tale contesto, inseguire la Lega –non a caso partito entusiasticamente promotore del triplicare del finanziamento pubblico ai partiti, ma anche del furto Rai-Mediaset di informazione dal quale hanno ormai pienamente ottenuto la fetta “padana” di Direttori, capiredattori e fiction di Regime- è la strategia di più sicura involuzione del Partito democratico nella retroguardia del disfacimento istituzionale. Dico retroguardia, perchè l’avanguardia è saldamente occupata da Berlusconi, Bossi, Tremonti e compagnia, e non si vede come si possa batterli su un terreno così saldamente presidiato.
Per cercare un’alternativa sarebbe necessario riflettere meglio allo strumento salvifico individuato da Prodi e Chiamparino: le primarie. Si potrebbe riflettere sulla stessa esperienza Prodi, con primarie stravinte per poi trovarsi a non potere governare. Oppure si potrebbe valutare alla luce dei fatti lo “statuto impossibile” del PD, che prevede primarie come se fossimo negli Stati Uniti, come se il Partito democratico fosse uno dei “due partiti” e fosse titolare autonomo della scelta dei candidati. Invece siamo in Italia, ci sono coalizioni che formalmente nemmeno esistono, cioè non hanno regole né confini certi, come le geometrie variabili delle regionali hanno dimostrato. Dunque a che serve prevedere tassativamente primarie che nei fatti sono subordinate ad accordi di coalizione? Basterebbero questi quesiti per rendersi conto che per fare un partito democratico “all’americana”, primarie “all’americana”, federalismo –magari “all’americana” pure quello- ci vuole quel sistema istituzionale “all’americana” che noi Radicali proponiamo, o quantomeno qualcosa di diverso dal sistema partitocratico italiano, dove le primarie (quelle regionali tanto quanto quelle nazionali) sono ostaggio di logiche di potere che nulla hanno a che fare con le esigenze dei sempre evocati “territori”. È quindi inutile cercare scorciatoie: il modello che si vuole per il partito corrisponde al modello che si è scelto per il Paese.
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