Formigoni si è affidato a metodi banditeschi: si deve dimettere

Non spetta a me dire se le telefonate riportate nell'ordinanza applicativa della custodia cautelare relativa alla cosiddetta P3 e che evidenziano il tentativo del Presidente Formigoni di intervenire presso la Corte d’appello di Milano per far respingere il ricorso radicale rappresentino prova di reati, quali e da parte di chi. Certamente si tratta di conversazioni nelle quali l'interlocutore in contatto con Formigoni si esprime in modo offensivo nei confronti di giovani magistrati ripetutamente insultati in ragione della loro pretesa di non essere sensibili alle pressioni esercitate, con la consapevolezza di Formigoni, a favore di Formigoni stesso.
Se il Presidente della Lombardia Roberto Formigoni avesse senso dello Stato e delle istituzioni dovrebbe rendere conto del fatto di aver scelto, contro il ricorso radicale della Lista Bonino-Pannella, di affidarsi non alle sole armi del diritto e dei fatti, ma di “far camminare” (espressione di Formigoni, stando alle intercettazioni) oscuri figuri impegnati in metodi goffamente banditeschi. Al di là di qualsiasi profilo penale, il Presidente della Regione Lombardia dimostra di avere mentito durante quei giorni cruciali delle decisioni giudiziarie sull’ammissione della sua lista, quando diceva di non chiedere nulla di meglio che l’accertamento della verità. Un Presidente di Regione –la più popolosa regione italiana- al potere ininterrottamente da 16 anni che cerca di sfruttare la propria influenza per condizionare il corso della giustizia diventa un pericolo per la democrazia e lo stato di diritto. Del resto, è proprio questa la ragione della norma che limita a due i mandati consecutivi per un presidente di Regione, norma che Formigoni ha scelto di ignorare in modo evidentemente pericoloso per se stesso oltre che per tutti i lombardi.
Sarebbe infine utile sapere se per gli ulteriori ricorsi e giudizi, evocati nelle intercettazioni da un collaboratore di Formigoni (“non si esclude che si debba andare in sedi successive”), il Presidente Formigoni abbia ritenuto di avvalersi delle stessi servizi e servizietti risultati in prima battuta infruttuosi contro i giudici della Corte d’appello.

DEPOSITATI I 5 REFERENDUM PER LA QUALITA’ DELLA VITA E DELL’AMBIENTE A MILANO

Si è tenuta oggi la consegna ufficiale dei cinque quesiti referendari per la qualità dell’ambiente e della vita a Milano. I fondatori del Comitato promotore – Marco Cappato, Edoardo Croci e Enrico Fedrighini- hanno consegnato al Presidente del Consiglio comunale Manfredi Palmeri i testi dei referendum corredati dalle firme dei primi 100 sottoscrittori, e hanno dichiarato “con questi referendum vogliamo coinvolgere l’opinione pubblica milanese per superare la paralisi della politica e finalmente compiere scelte di profonda innovazione a favore dell’ambiente e della qualità della vita; serve coraggio, responsabilità e impegno civico per uscire da una situazione di immobilismo e che danneggia la città e le impedisce di tenere il passo con le altre metropoli europee.”

A norma di Statuto, sarà ora il Comune a dover dare il via libera alla raccolta delle firme sugli appositi moduli; da quel momento, i promotori avranno 120 giorni di tempo per raccogliere le sottoscrizioni dell’1,5% dei cittadini milanesi, paria circa 15.000 firme. Del Comitato promotore sono entrati a far parte anche i consiglieri comunali Carlo Montalbetti e Giancarlo Pagliarini, oltre all’ex Presidente del Consiglio regionale Giancarlo Morandi.

Tra i primi cento firmatari e promotori, si registrano le adesioni di:

Personalità del mondo ambientalista, come: Valeria Corbella (Presidente Genitori Anti-smog), Andrea Poggio (Vicepresidente Nazionale di Legambiente), Luca Carra (Presidente di Italia Nostra Milano), Amedeo Clavarino (fondatore Ambiente Milano),  Emanuele Regalini (Presidente dell’associazione Ingegneri Ambientali), Mario Zambrini (Presidente Associazione Analisti Ambientali);

Esponenti politici, come: Davide Corridore (Consigliere Comunale), gli ex-Presidenti della Provincia di Milano Michele D’Elia e Giacomo Properzj, Pietro Ichino (Parlamentare), Carlo  Monguzzi; Marco Di Salvo (Segretario dell’Assocaizione Radicale senza fissa dimora), Nicola Fortuna (Commissario PLI Lombardia), Francesco Poiré (Segretario dell’Associazione Radicale Enzo Tortora), Pierangelo Rossi (già Assessore comunale);

Accademici e rappresentanti del mondo associativo, come: l’architetto progettista Expo Stefano Boeri, Franco Morganti (co-Fondatore di MI06), Otto Bitjoka (Presidente della Fondazione Etnoland), i Docenti di Economia ambientale alla Bocconi Francesco Bertolini, Luigi De Paoli, Augusto Ninni, Stefano Poguz e Alessandro De Carli, oltre a Stefano Rolando (IULM), Giulio Cossu (Ospedale San Raffaele), Franco Santini; Edoardo Re (Promozione delle Reti sociali e naturali), Anna Maria Spina (Unione Donne Italiane);

Dal mondo della cultura, la giornalista e conduttrice TV Paola Maugeri, lo scrittore Andrea Pinketts, i comici Antonio Cornacchione, Diego Parassole e Debora Villa, l’editore e regista Massimo Coppola, il critico letterario Gianpaolo Serino.

Milano, 16 giugno 2010

Referendum ambientalisti a Milano! Cappato, Croci, Fedrighini hanno preserntato l'iniziativa

Si è tenuta oggi la conferenza stampa di presentazione delle proposte
referendarie per Milano da parte di Marco Cappato, Edoardo Croci ed
Enrico Fedrighini.

http://referendummilano.blogspot.com/

Il progetto referendario mira a realizzare in pochi anni una vera e
propria rivoluzione del sistema dei trasporti, dell'energia e
dell'abitare che generi un profondo miglioramento della qualità
dell'aria, della mobilità, del verde a Milano. Con questi referendum
di iniziativa popolare i promotori vogliono coinvolgere i cittadini in
un grande e innovativo progetto per una vivibilità urbana oggi
compromessa a causa dell'inerzia del ceto politico e del
condizionamento esercitato da interessi lontani dalla promozione del
bene comune. Il successo degli obiettivi referendari sarebbe
determinante per fare di Milano una città all'avanguardia nel mondo
sul piano della qualità dell'ambiente e della vita, nella direzione
dello spirito originale dell'Expo 2015.

Di seguito una sintesi dei quesiti, aperti all'adesione di
personalità, associazioni, forze politiche e sociali, e che saranno
finalizzati e depositati nei prossimi giorni in conformità al
regolamento comunale, per poter poi avviare la raccolta delle firme
necessarie (1,5% degli iscritti alle liste elettorali, pari a circa
15.000 cittadini).

Marco Cappato: “Vogliamo impedire che la Milano dell'Expo diventi la
capitale internazionale della speculazione edilizia e
dell'inquinamento. I nostri referendum sono lo strumento per imporre a
un ceto dirigente inerte l'abbandono del modello basato su auto
privata, cemento e fonti di energia inquinanti: un modello che
paghiamo sia in termini economici che di vite umane.”

Edoardo Croci: “Vogliamo dare voce ai milanesi per costruire una città
più vivibile e con una proiezione internazionale, in un momento in cui
la politica non sembra in grado di esprimere una visione lungimirante
ed avere il coraggio di assumersi le responsabilità necessarie a
contrastare l’inquinamento e a migliorare la qualità dell’ambiente,
come dimostra l'incertezza sullo sviluppo di Ecopass e dell’intera
strategia per la mobilità sostenibile.”

Enrico Fedrighini: “L'anno che manca alle elezioni sarà
contraddistinto dalla totale inerzia delle amministrazioni locali in
materia di contrasto al traffico e allo smog. I polmoni dei milanesi
non possono permetterselo. Per questo impieghiamo quest'anno per una
battaglia civica finalizzata a cambiare il volto di questa città, con
il coinvolgimento diretto del popolo inquinato.”



SINTESI DEI QUESITI

Referendum 1: ECOPASS E MOBILITA' SOSTENIBILE
per l'estensione di: Ecopass, Metrò, piste ciclabili, aree pedonali

Per dimezzare il traffico, estendere l'Ecopass alla “cerchia
ferroviaria”, escludere solo gli autovelicoli a emissioni zero dal
pagamento di 5 euro al giorno (10 per trasporto merci); estendere le
aree di sosta regolamentata; limitare il carico-scarico merci;
mantenere gli impegni sulle linee 4 e 5 del Metrò e completare
l'anello ferroviario; destinare i ricavi per: estendere aree
pedonali, piste ciclabili (274km), corsie riservate, bus di quartiere,
bike sharing (10.000 bici), car sharing (1.000 auto elettriche),
secondo turno taxi, metrò fino all'1 e 30 di notte.

Referendum 2: EXPO
per impedire la cementificazione dell'area Expo

Perché l'area del parco Agroalimentare non sia edificabile neanche
dopo lo svolgimento dell'Expo 2015.

Referendum 3: NAVIGLI
per riaprire i Navigli

Per riaprire l'intero sistema dei Navigli, oggi sepolti sotto le
strade, partendo dal recupero della Darsena come porto di Milano. (da
finanziare attraverso la cessione del patrimonio immobiliare non
storico)

Referendum 4: ALBERI E VERDE PUBBLICO
per raddoppiare il verde pubblico e ridurre il consumo del suolo

Per raddoppiare il verde pubblico entro il 2015 (fino a 30 mq per
abitante) e piantare 100.000 alberi all’anno; ridurre il consumo di
suolo, escludendo la possibilità di assegnare nuovi diritti
volumetrici e destinando a verde pubblico almeno il 50% delle grandi
aree dismesse ed ex-ferroviarie (da finanziare attraverso
sponsorizzazioni, oneri di urbanizzazione e mediante la tariffazione
del consumo di risorse ambientali scarse; da realizzare anche con il
coinvolgimento dei cittadini); vietare i parcheggi sotterranei che
distruggono alberi;

Referendum 5: ENERGIA PULITA E EDILIZIA SOSTENIBILE
per: energia pulita, rottamazione edilizia, teleriscaldamento,
efficienza energetica

Standard massimi di efficienza energetica per i nuovi immobili,
“rottamazione edilizia” degli immobili non di qualità per sostituirli
con edifici a basso impatto ambientale premiando gli investimenti nei
sistemi energetici innovativi; stop al gasolio da riscaldamento entro
il 2012, teleriscaldamento a 750.000 abitanti entro il 2015



Il Referendum consultivo di indirizzo Comunale

L’articolo 11.3 dello Statuto del Comune di Milano istituisce Il
referendum consultivo di indirizzo, uno strumento di iniziativa
popolare in mano ai cittadini per proporre indirizzi e scelte su temi
di competenza comunale.

Art. 11 - Referendum di Proposta Popolare e di Indirizzo
3. E' indetto referendum consultivo di indirizzo su orientamenti o
scelte di competenza del Comune, o riguardo ai quali il Comune possa
esprimere una proposta o un parere, quando ne faccia richiesta l'1,5%
dei cittadini iscritti nelle liste elettorali del Comune ovvero un
quarto dei Consigli di zona, con delibera approvata a maggioranza dei
Consiglieri assegnati.

Art. 13 - Effetti del Referendum
1. A seguito del referendum di cui all'art.11 l'organo comunale
competente delibera o provvede sull'oggetto del referendum entro 60
giorni dalla proclamazione dell'esito della consultazione quando
questo risulti favorevole alla proposta o quesito sottoposto a
referendum; ove intenda deliberare senza uniformarsi all'avviso degli
elettori, ne indica espressamente i motivi.

Dal Regolamento per l’attuazione dei diritti di partecipazione popolare:

Firme necessarie: 15.000 firme (1,5% degli elettori milanesi)

Tempo utile per la raccolta: 120 giorni

Periodo di indizione del Referendum: tra i 30 e i 70 giorni successivi
alla fine delle verifiche di ammissibilità

Quorum: La proposta sottoposta a Referendum si intende approvata se
consegue la maggioranza dei voti validamente espressi, sempre che
abbia preso parte al voto almeno il 30% degli aventi diritto




per info:
Lorenzo Lipparini
+39 340 46 07 189

 

Cappato su Europa: Cari dem, così non va

Fri, 21/05/2010 (All day)

La tempesta delle inchieste su case e appalti e della crisi economica si è abbattuta sulla politica italiana colpendo due fronti che erano già di massima esposizione per il nostro Paese: la scarsa credibilità degli occupanti le istituzioni e gli squilibri dei conti pubblici in un'economia sempre meno competitiva. In queste condizioni, il riflesso di chi crede nel metodo democratico dovrebbe essere quello di intensificare il dibattito politico, il confronto tra opzioni diverse sotto gli occhi dell'opinione pubblica, invece che inseguire nuove e più esplicite saldature "di unità nazionale" di un ceto politico il cui principale limite è stato proprio quello della conservazione trasversale e bipartisan di un regime strutturalmente produttore di corruzione e debito.

Giovedì scorso come Radicali abbiamo pubblicamente chiesto un incontro seminariale di almeno una giornata con Bersani e i vertici Pd. Con questo obiettivo, la delegazione dei Parlamentari radicali eletti nel Partito democratico si è autospospesa dai gruppi PD in attesa dell'incontro. La gravità della decisione, caduta nell'indifferenza e nel silenzio generale, viene dall'urgenza di affrontare la crisi mettendo in campo delle proposte che siano adeguate a realizzare -non solo a parole o come slogan sui manifesti- quell'alternativa che anche il Pd dice di volere.

Oltre alla condizione criminale della giustizia e delle carceri (che, insieme alla dis-informazione fuorilegge e alle azioni nonviolente da realizzare, sono al centro della nostra richiesta di incontro), uno dei temi da affontare è anche il primo ad esser stato sepolto dall'emergenzialismo imperante: le Riforme istituzionali. Sbandierate dal Presidente del Consiglio subito dopo il voto regionale, oggi sono cancellate dall'agenda politica, sepolte sotto l'esigenza di non disturbare Tremonti nel già delicatissimo compito di reperire decine di miliardi di euro componendo le pressioni leghiste sul federalismo con l'esigenza di non provocare strappi di "partiti del sud",  il tutto sotto il giudizio implacabile dei mercati internazionali. Se la scelta appare comprensibile dal punto di vista di una maggioranza attraversata da divisioni sempre più profonde, meno comprensibile è che la questione sia lasciata cadere anche dall'opposizione, a meno di ritenere che effettivamente non ci sia rapporto tra i meccanismi di funzionamento delle istituzioni e la capacità di rispondere alla crisi in corso.

Il rapporto c'è, ed è fin troppo evidente. Nell'attuale sistema convivono un presidenzialismo televisivo a vocazione plebiscitaria e un parlamentarismo proporzionalista e correntizio, dove i Parlamentari nominati sono oggettivamente e soggettivamente ricattati da chi si prevede detenga il potere di comporre le prossime liste elettorali. Le dinamiche politiche e mediatiche esaltano il potere di condizionamento di chi, come la Lega e l'Italia dei Valori, ha la convenienza a procedere per rotture e ricomposizioni, specie nei confronti degli "alleati", accentuando così quel gioco di veti e ricatti che da sempre ha sabotato ogni serio tentativo di riforme.
Il Segretario del Pd Bersani si era negli scorsi mesi pronunciato per un sistema elettorale uninominale a doppio turno alla francese. Lo stesso sistema un tempo inserito nel programma elettorale da Veltroni, pur senza lasciarne traccia in termini di iniziativa politica. Anche Gianfranco Fini si è più volte espresso, anche recentemente, per un ritorno quantomeno al collegio uninominale. E' il momento di riprendere in mano la questione, non solo per produrre documenti interni, ma soprattutto per realzizare iniziative politiche. Noi Radicali proponiamo il modello americano e sosterremmo una soluzione di compromesso che sia fondata sul collegio uninominale, cioè sul recupero del rapporto tra l'eletto e il suo territorio in sostituzione del vincolo tra l'eletto e i padroni dei partiti che hanno in mano la sua nomina.
Sbaglierebbe chi pensasse che occuparsi di questo sia contraddittorio con l'esigenza di trovare soluzioni per la drammatica crisi sociale. Non si vede perché non si possano fare proposte su entrambi i fronti. Soprattutto, sarebbe un primo tentativo di dare una vera risposta alla crisi di credibilità dei partiti in alternativa alle soluzioni cosmetiche di ritocco di qualche stipendio. Anche sul piano del costo della non-democrazia italiana, ci sarebbe molto da fare per un'opposizione che non volesse restare subalterna agli equilibrismi del duo Tremonti-Calderoli. Il finanziamento pubblico ai partiti, ad esempio, già abolito dal 90% degli elettori italiani e reintrodotto sotto mentite spoglie di falsi rimbrosi elettorali, da solo pesa per circa 300 milioni di euro l'anno (la cifra varia quando, come adesso, si cumulano incredibilmente i finanziamenti anche delle legislature precedenti terminate prima della scadenza naturale), il che significa che dalla sua abolizione si ricaverebbe moltissimo di più di quanto si potrebbe ottenere sforbiciando, come pur necessario, gli emolumenti dei parlamentari. Se infine l'opposizione proponesse in modo determinato (cioè, anche qui, con una campagna e non con semplici prese di posizione) l'adozione dell'anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati -per conoscere stipendi, patrimoni, conflitti d'interesse, attività istituzionale e presenze dei rappresentanti istituzionali- non sarebbe semplice per il Governo eludere la proposta proprio mentre le inchieste fanno venire alla luce ciò che quel tipo di anagrafe avrebbe contribuito a impedire. Sempre che l'obiettivo sia l'alternativa e non la sopravvivenza di pratiche comuni a destra quanto a sinistra e risalenti ad epoche che precedono lo stesso Berlusconi.

Marco Cappato

(pubblicato dal quotidiano Europa- 21 maggio)

*REGIONE LOMBARDIA: CAPPATO IRROMPE IN CONSIGLIO, ESPULSO*

Tue, 11/05/2010 - 14:00

(AGI) - Milano, 11 mag. - "Un Consiglio regionale abusivo e' illegale". Queste le parole urlate dall'esponente *radicale*, Marco Cappato, durante la prima seduta del Consiglio regionale della Lombardia. In particolare Cappato ha denunciato: "le vostre liste sono state presentate con firme di autentica false. Le elezioni vanno annullate per il diritto dei cittadini lombardi ad avere elezioni regolari". Cappato e' stato immediatamente portato fuori dall'aula dai commessi del Consiglio. (AGI) Cli/Car/Zeb 111128 MAG 10

Riforme e nonviolenza per evitare l'effetto Grecia

Thu, 06/05/2010 - 11:00

La crisi greca ha insegnato all'Europa una lezione della quale sarebbe ben ora far tesoro per rivoluzionare l'agenda politica italiana: rimandare delle scelte necessarie significa solo renderle più dolorose. Se l'Europa avesse condizionato la Grecia a realizzare gradualmente mesi fa le riforme che ha dovuto subire d'un colpo oggi, il prezzo finanziario del tentato salvataggio europeo e il prezzo sociale di quelle stesse riforme sarebbe stato una frazione di ciò che è stato oggi.

Per l'Italia - lo Stato più indebitato d'Europa, con altissima pressione fiscale, disoccupazione giovanile e femminile, corporativismo, inefficienza della pubblica amministrazione, statalismo sia nazionale che comunale- non si tratta di essere pessimisti sulle possibilità che la speculazione finanziarie travolga il nostro Paese. C'è solo da cogliere la drammatica opportunità di questo rischio per realizzare immediatamente le riforme strutturali alle quali saremo comunque obbligati, ma che, se ulteriormente rimandate, si trasformeranno in una bomba sociale e finanziaria. Per individuare gli interventi necessari -pur con tutte le differenze tra italiani ed ellenici in particolare sulla solidità del nostro risparmio privato- basta di nuovo considerare ciò che la Grecia è costretta a fare ora: innalzamento dell'età pensionabile, anche in Italia molto più bassa della media europea: riduzione degli stipendi della pubblica amministrazione, che in Italia sono cresciuti negli ultimi anni più che nel settore privato; liberalizzazione delle professioni, sulle quali il nostro governo vorrebbe persino fare retromarcia rispetto alle lenzuolatine di Bersani. Su questi tre fronti, provvedimenti immediati per il breve periodo, accompagnati da impegni vincolanti sul lungo, creerebbero un effetto-credibilità che i mercati apprezzerebbero e "restituirebbero" sotto forma di minori interessi sul debito pubblico e maggiori investimenti nel nostro sistema produttivo.

Ma tutto questo non basterebbe, perché rimane -in Grecia oggi, e sarebbe da evitare che arrivi in Italia domani- l'esplosione della rabbia sociale, tanto più incontenibile quanto meno credibile è il ceto politico e delle corporazioni che chiama ai "sacrifici". Anche su questo piano, non solo la ridda di scandali, ma la violazione sistematica delle regole, e in particolare lo stato criminogeno del sistema giustizia (con l'appendice devastante delle carceri, sulle quali i Radicali stanno conducendo un'isolata azione nonviolenta), pongono gli occupanti delle istituzioni italiane in una condizione non migliore rispetto a quella che spinge i greci alle violenze di piazza. Ecco perché, prima ancora di un qualsiasi provvedimento di politica economica, il Parlamento dovrebbe dare un segnale concreto: l'abbassamento del 30% degli stipendi dei parlamentari e l'abolizione del meccanismo truffaldino dei cosiddetti "rimborsi elettorali" elargiti senza vincoli di rendicontazione. A questi provvedimenti dovrebbe seguire l'istituzione di quell'Anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati (stipendi, interessi economici, presenze e attività istituzionali) per la quale da anni Radicali italiani si batte alfine di prevenire le forme di sistematica corruzione individuale e riportare alla moralità politica le assemblee elettive, da quelle nazionali fino all'ultimo consiglio comunale.

Sarebbe ridicolo illudersi che il Governo abbandoni di sua iniziativa la deriva putiniana di gestione della crisi politica che attraversiamo. E sarebbe da irresponsabili tifare per il tanto peggio tanto meglio. Per questo, il compito di richiamare all'urgenza delle riforme per il taglio della spesa pubblica e di quella partitocratica è oggi nelle mani delle opposizioni. Un'impostazione autenticamente "liberista" -che non è un insulto, come ha ritenuto finora la sinistra ufficiale, in buona compagnia di Tremonti, dimostrando di non conoscere la differenza tra mercato competitivo e  affarismo oligopolistico- dovrebbero andare di pari passo con un progetto di riconversione sociale e ambientale della spesa pubblica, attraverso il trasferimento della tassazione dal lavoro all'ambiente e la riconversione dell'assistenzialismo per i (sempre meno) garantiti a favore di un welfare per i più poveri e gli esclusi. E' anche un problema di metodo: nella cancellazione di ciò che resta dello Stato di diritto, l'alternativa non si realizza per gentile concessione degli spazi aperti dagli scandali o dalle faide altrui, ma attraverso la nonviolenza e il richiamo al rispetto delle regole, cioè a quella "forma" delle istituzioni senza la quale nessuna "ri-forma" è possibile. Per questo, l'azione radicale sulle carceri non dovrebbe continuare a rimanere isolata e inascoltata. Non c'entra con la Grecia e le sue strade in rivolta? A me pare di sì.

(Pubblicato sul quotidiano Europa, 6 Maggio 2010)

Spostare le tasse dal lavoro all'ambiente

Mon, 03/05/2010 - 10:30
A 16 anni di distanza dal tremontiano “spostare le tasse dalle persone alle cose”, è necessario non solo passare dalle parole ai fatti, ma anche prendere in considerazione l’immenso patrimonio delle risorse naturali finora fiscalmente trascurato. Spostare le tasse “dal lavoro all'ambiente”, dunque: questa è l'urgenza per una rivoluzione fiscale che non si ponga soltanto l'obiettivo di una maggiore equità nei confronti dei lavoratori e di efficienza nella riscossione, ma anche di migliorare la qualità della vita rafforzando il libero mercato.
Aria, acqua e suolo sono risorse quasi sempre utilizzate senza che alcuno paghi un prezzo corrispondente al loro valore. Dalle emissioni di c02 all'inquinamento di mari e fiumi, dalla cementificazione del suolo alla distruzione di biodiversità, il consumo di risorse non rinnovabili sotto forma di inquinamento e esaurimento di capitale naturale è realizzato senza che le ricadute per tutti in termini di minore salute, benessere e ricchezza siano riconosciute nel loro effettivo valore economico. In termini globali, l'utilizzo di risorse naturali da parte dell'uomo ha da tempo abbondantemente superato la capacità del pianeta stesso di rigenerarle.

Nel mettere mano alla riforma di un fisco come quello italiano, che spreme i lavoratori e penalizza le imprese, bisogna dunque valorizzare il patrimonio dilapidato di risorse comuni ambientali. Il principio da affermare per una riforma fiscale sostenibile dovrebbe essere quello di una progressiva riduzione del carico fiscale sul lavoro al quale corrisponda un aumento della pressione fiscale sul consumo dei beni ambientali. Una prima occasione è resa urgente dallo sforamento degli impegni italiani in sede di Unione europea per la riduzione delle emissioni di co2. I Parlamentari radicali hanno presentato una proposta di legge per creare un’imposta "sui consumi di combustibili fossili" nei settori non soggetti al sistema dell'”emission trading” e "finalizzare il gettito derivante dall’imposta a ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro". Gli ordini di grandezza inizialmente limitati (si potrebbe partire da 13 euro a tonnellata di CO2 emessa, cioè circa 3 miliardi) diverrebbero importanti (35 miliardi) qualora raggiungessimo, con la necessaria gradualità, l'attuale livello svedese.
Se il principio della carbon tax fosse esteso agli altri beni ambientali, l'incidenza sulla composizione del carico fiscale potrebbe in pochi anni diventare davvero significativa, a livello non solo nazionale, ma anche locale: consumo di acqua potabile al di là dell'uso domestico minimo; consumo del suolo; occupazione di suolo pubblico per automezzi privati; produzione di rifiuti domestici e industriali. In tempi di federalismo fiscale non si tratta di questioni marginali.

L'impatto e la sostenibilità politica di una riforma fiscale di questo tipo dipende da alcune condizioni.
La prima è che non possa avere in alcun caso come conseguenza l'aumento della pressione fiscale: ogni euro raccolto dalle tasse ambientali, qualunque sia il loro gettito complessivo, deve essere rigidamente vincolato alla corrispondente diminuzione di almeno un euro delle tasse provenienti dai redditi da lavoro e impresa. La pressione fiscale complessiva dovrebbe semmai nettamente diminuire, attraverso quella riforma delle pensioni e del welfare che Debenedetti ha proposto su questo giornale e sulla quale come Radicali abbiamo presentato diverse iniziative anche parlamentari.
Sempre sul piano sociale, la seconda condizione è che si neutralizzino gli effetti regressivi che ogni tassazione indiretta produce. Le compensazioni a favore dei più poveri non dovranno necessariamente avvenire sotto forma di esenzioni, ma preferibilmente di accesso a servizi pubblici anch'essi "virtuosi", in particolare nel settore dei trasporti (pubblici e collettivi) o delle abitazioni (promuovendo la massima efficienza energetica). Solo garantendo il contenimento della pressione fiscale complessiva e l'eliminazione degli effetti regressivi si può ottenere il consenso sulle tasse ambientali. Anche per questo, incontreremo i sindacati dei lavoratori e degli imprenditori per discutere la nostra proposta.
La terza condizione è quella di definire subito l'andamento del nuovo sistema di imposizione  nel lungo periodo, anche tra venti o trent'anni: solo con aspettative certe si può innescare un circolo virtuoso sugli investimenti che portino a una transizione "dolce" verso settori e metodi di produzione più sostenibili.
Una riforma del genere contribuirebbe ad avviare una vera e propria rivoluzione, oltre che "ambientalista" anche "sociale" (rispetto al costo del lavoro e all'evasione) e persino "liberista", nel senso dell'applicazione del libero mercato, operando sul meccanismo dei prezzi invece che su dirigiste imposizioni di metodi produttivi o di altrettanto arbitrari e distorcenti "eco-incentivi".

Non è invece una condizione, ma soltanto un ulteriore obiettivo, quello di coinvolgere la comunità internazionale. Se infatti è certamente vero che l'ambiente è questione globale, e dunque ogni azione isolata avrebbe un impatto limitato, ciò non significa che il nostro sistema economico subirebbe un danno a intraprendere politiche di avanguardia. Al contrario, oltre a sviluppare competenze imprenditoriali "verdi", saremmo finalmente tra quel gruppo di Paesi virtuosi che hanno più da guadagnare che da perdere nel caso -probabile oltre che auspicabile- di consenso per accordi globali su ambiente e clima. Potremmo così sostenere proposte, come quella avanzata per ora senza successo dalla Presidenza svedese dell'UE, di una tassa europea sulle emissioni, da far pagare anche sui beni di importazione extra-UE. Per fugare ogni tentazione protezionistica, l'Europa potrebbe vincolarsi alla restituzione del gettito ai Paesi esportatori "inquinanti", ma sotto forma di investimenti per la salvaguardia del patrimonio ambientale di quei Paesi. Anche sul piano internazionale, mercato e ambiente possono essere rafforzati assieme, e le eco-tasse sono lo strumento adatto.

Marco Cappato e Elisabetta Zamparutti
Radicali italiani

(versione integrale dell'articolo pubblicato sul quotidiano Il Foglio l'1 maggio 2010)

 

A Milano serve l'Anti-coprifuoco: mezzi pubblici, negozi aperti e cittadini in giro

Sat, 17/04/2010 - 12:00

La strategia del Sindaco di Milano Letizia Moratti di perseguire la sicurezza della città attraverso il coprifuoco notturno non è soltanto pericolosa sul piano delle libertà individuali, ma è soprattutto controproducente.
La notte di una grande città come Milano diventa pericolosa proprio quando le strade sono svuotate  della presenza di cittadini  impegnati  nelle attività più comuni:  lavoro, studio,  svago, commercio, relazioni sociali. La strategia della chiusura anticipata dei locali, che ora Moratti vorrebbe estendere ad altre aree della città,  va esattamente nella direzione dell'aggravamento  di questo  fenomeno di svuotamento degli spazi pubblici, condannando la stragrande maggioranza dei cittadini a rimanere inchiodati davanti alla televisioni, mentre le strade deserte diventano appannaggio della criminalità o della disperazione.
A Milano servirebbe invece un vero e proprio Anti-coprifuoco: prolungamento degli orari della metropolitana e dei mezzi pubblici, apertura notturna di negozi e spazi pubblici, programmi culturali, sportivi e altri momenti di aggregazione. Solo così si potrebbe riconquistare almeno un po' di quello spazio che i proibizionismi sulla droga e sulla prostituzione regalano alla criminalità.

17 Aprile 2010

Banche-Lega: “no caro Amato, la lottizzazione delle banche non è questione di uomini ma di regole”

Fri, 16/04/2010 (All day)

Nell’intervista di oggi al Sole 24 ore, Giuliano Amato non difende soltanto la strategia leghista di occupazione delle banche, ma anche una storia di regime italiano, proponendo come unico argine a quelle pratiche che già affondarono il suo partito quella soluzione buona per tutti i moralisti: per Amato è tutta una questione di “uomini”, e dunque di speranza negli uomini nuovi.

Ed ecco allora Amato che dice “mi auguro però che la Lega non vada a caccia solo di posti ma si preoccupi della qualità degli uomini che manderà ai vertici delle società locali a controllo pubblico.” E su cosa si basa questo augurio? Sulla novità, sulla gioventù, come spiega lo stesso Amato: “proprio la Lega, che è una forza giovane, potrebbe contribuire a voltare pagina e a ritrovare la virtù del merito...”.

Eh no, caro Giuliano Amato, è vero che la tua riforma aveva fatto fare un passo indietro alla politica sulle banche, ma è anche vero che poi le fondazioni hanno fatto un passo nella direzione opposta, e che se Bossi ora rivendica le leve del potere bancario del Nord lo può fare grazie alle regole che ci sono e che hai contribuito a creare. E allora, più che affidarsi alla trepida speranza che i lottizzatori in camicia verde siano più attenti al merito di altri –che è esattamente la stessa illusione di ogni sedicente moralizzatore e di ogni “partito degli onesti” della storia repubblicana- faremmo bene ad affrontare il nodo delle regole necessarie per affermare un’economia di mercato del credito invece di giocare, come già fa il Sindaco di Torino Chiamparino, la partita dei buoni rapporti con i nuovi potenti.

16 aprile 2010

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